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Oceania Live Action: le recensioni dei critici non raccontano tutta la storia

31.07.2026

91% di gradimento su Rotten Tomatoes per le recensioni dal pubblico. Un’ovazione dalla comunità polinesiana che ha pochi precedenti nella storia di Hollywood. Ma solo 34% dai critici americani.

Pochi giorni fa abbiamo pubblicato la nostra recensione del live action di Oceania, raccontando le impressioni di Lisa ed Elisa B. dopo l’anteprima a cui sono state invitate da Disney Italia e Le Isole di Tahiti. Avevamo scelto una parola per descrivere il film: autentico.

Le recensioni dei critici cinematografici, invece, hanno scelto parole molto diverse.

Oggi vogliamo spiegare perché, secondo noi, quei critici hanno guardato il film sbagliato. O meglio: l’hanno guardato con gli occhi sbagliati.

Il divario più grande nella storia dei remake Disney

I numeri parlano da soli. Su Rotten Tomatoes il live action di Oceania ha ottenuto il 34% dalla critica, il punteggio più basso tra tutti i remake Disney (superato solo dal Pinocchio del 2022 con il 27%). Il pubblico, invece, gli ha dato il 91%, il punteggio più alto di tutta la saga di Oceania, superiore persino all’89% del film d’animazione originale. CinemaScore: A-. Tra gli spettatori sotto i 18 anni: A+.

57 punti di differenza tra critica e pubblico. Il divario più ampio mai registrato da Disney per un remake.

I critici americani hanno bocciato il film per le stesse ragioni con cui bocciano tutti i live action Disney: troppo fedele all’originale, troppo presto rispetto al cartone, CGI discutibile. Obiezioni legittime se si parla di cinema come prodotto. Ma c’è un problema: nessuno di loro ha guardato il film per quello che è davvero.

Un film fatto da polinesiani, per polinesiani. Con una storia polinesiana (e i polinesiani lo hanno capito benissimo).

La risposta dalle isole del Pacifico

Mentre la critica americana parlava di “rifacimento piatto e artificiale” (SlashFilm) e paragonava il film a “contenuto generato dall’AI” (Mashable), dalle comunità polinesiane arrivavano reazioni di tutt’altro tipo.

Su TikTok i video di famiglie samoane, tongane, hawaiane che reagiscono al film si moltiplicano con un’intensità che raramente si vede per un prodotto Disney. Il commento più ricorrente: “Se non fai parte della cultura, non puoi capire.”

Non si tratta solo di entusiasmo generico. Il punto, per le comunità del Pacifico, è il riconoscimento. Nella scena del villaggio, i consulenti culturali del film hanno lavorato sulla postura degli attori quando si siedono, sul modo in cui Vaiana si rivolge al padre, su come si servono gli anziani. Il Dr. Grant Muāgututiʻa, linguista e consulente principale dell’Oceanic Cultural Trust di Disney, ha spiegato: l’obiettivo era che ogni spettatore polinesiano, guardando quelle scene, potesse dire “sì, è esattamente così che facciamo noi.”

Alla premiere del live action all’Hollywood Bowl, Dwayne Johnson e Catherine Laga’aia (la nuova Vaiana, scelta tra 32.000 candidate, di origini samoane) hanno ballato la taualuga, una danza cerimoniale samoana, in abiti tradizionali, davanti a migliaia di persone. Un’eco, dieci anni dopo, della hula che una giovanissima Auli’i Cravalho aveva danzato sul tappeto blu della premiere del cartone nel 2016. Lo stesso orgoglio, più grande.

Leggi il nostro articolo sulla hula

Il lavoro che i critici non hanno visto

La parte più interessante di questo film non è sullo schermo. È dietro le quinte.

L’Oceanic Cultural Trust, il gruppo di esperti e consulenti del Pacifico assemblato da Disney fin dal film d’animazione del 2016, è tornato per il live action con un mandato ancora più ampio. Il cast è interamente polinesiano: samoani, tongani, neozelandesi di origine māori, hawaiani.

La coreografa Tiana Nonosina Liufau, di origini tongane, samoane e hawaiane, non ha importato una danza esistente e adattata. Ha costruito un linguaggio di movimento che parte dalle radici samoane e tongane della danza polinesiana, con riferimenti all’Ori Tahiti e ad altre tradizioni del Pacifico. Ha posizionato i numeri musicali in modo che i volti dei danzatori fossero sempre visibili, perché voleva che le comunità polinesiane di tutto il mondo si riconoscessero.

Il compositore Opetaia Foa’i, di origini tokelauane e tuvaluane (definito da Lin-Manuel Miranda la “salsa segreta” della colonna sonora), ha scritto il brano di apertura “Tulou Tagaloa” in lingua samoana, di proposito: serviva qualcosa che colpisse subito, e sapeva che il samoano era il modo per farlo.

Il Dr. Muāgututiʻa ha seguito la pronuncia samoana del cast parola per parola. Avere un cast interamente polinesiano ha aiutato: anche gli attori che non parlano fluentemente la lingua l’hanno sentita crescendo e riconoscono istintivamente il suono giusto.

Niente di tutto questo compare nelle recensioni di Forbes o del Time Out. Perché non è cinema nel senso in cui lo intendono i critici americani. È qualcos’altro.

Come lo abbiamo visto noi

Arriviamo a noi.

Lisa ed Elisa sono uscite dalla sala piene di meraviglia. Colpite soprattutto dalla meticolosità dei dettagli: i materiali tradizionali, i costumi, la danza. Più i paesaggi, quelli del Pacifico di cui siamo già innamorate avendoli visitati in prima persona.

Le riprese in esterni sono state girate a O’ahu, Hawaii, sulla costa ovest dell’isola: Pōkaʻī Bay per le scene di navigazione e la vita del villaggio, Mākua Beach per i paesaggi costieri più selvaggi, e la zona di Kapolei. Disney ha scelto il versante occidentale di O’ahu perché è la parte più incontaminata e culturalmente autentica dell’isola, lontana dalle zone turistiche di Waikiki.

Qui c’è un aspetto che solo chi viaggia nel Pacifico può cogliere davvero: il film è ambientato su un’isola immaginaria, Motunui, ma i paesaggi che vedete sullo schermo, le lagune turchesi, le montagne vulcaniche, la vegetazione tropicale lussureggiante, appartengono a un mondo che accomuna tutto il Pacifico.

Chi è stato in Polinesia Francese riconoscerà i colori delle lagune.
Chi ha visitato le Isole Cook ritroverà lo spirito dell’isola piccola e autentica.
Chi ha camminato sulle spiagge delle Hawaii riconoscerà esattamente quei profili vulcanici.
Lo spirito di Motunui non è di un’isola sola: è del Pacifico intero.

Lo stesso Johnson ha usato una parola precisa per descrivere questo film: mana. In un featurette ufficiale Disney ha detto che nelle isole del Pacifico il mana è lo spirito, la forza che viene da dentro, e che il live action di Oceania ne è pieno. In un post su Instagram è andato oltre: “Oceania è più di un film. Diventare Maui è più di un ruolo. È la nostra cultura. Sono i nostri antenati. È il nostro mana.”

Chi ha viaggiato nel Pacifico sa esattamente di cosa parla. Il mana non è un concetto astratto: lo senti nelle comunità che ti accolgono, nelle danze, nel modo in cui le persone si relazionano con la terra e con l’oceano.

E per questo diciamo, senza esitazione: chiunque abbia avuto la fortuna di viaggiare (magari con Kia Ora Viaggi!) in Polinesia Francese, alle Isole Cook, alle Hawaii o in qualsiasi isola del Pacifico si sentirà trascinato dentro questo film fin dai primi fotogrammi.

Un film che parla a chi conosce il Pacifico

La verità è semplice: i critici americani hanno valutato Oceania come remake. Le comunità polinesiane l’hanno valutato come rappresentazione. Chi conosce e ama queste isole lo valuterà come un atto di rispetto.

Sono due film diversi, nello stesso film. E quello che vedi dipende dagli occhi con cui lo guardi.

Chi ha la Polinesia nel cuore non resterà deluso.

Oceania esce nelle sale italiane il 19 agosto 2026, e noi saremo pronti ad accogliere nella nostra famiglia chi si innamorerà delle isole del Pacifico.

Leggi anche il nostro articolo su Oceania 2
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